Le costituzioni le fanno i popoli. Sì o no?

Di Giuseppe Reguzzoni (da LaPadania del 4/6/2010)

Le costituzioni le fanno i popoli. Sì o no? È un’evidenza che può sembrare un’ovvietà, ma vale la pena di ricordarla, nel momento in cui le voci che la mettono in discussione, a cominciare da FareFuturo, si levano sempre più boriose e aggressive. Sì o no? La stessa Costituzione Italiana, che si festeggia il 2 giugno, riconosce che la sovranità viene dal popolo. Sì o no? Se questo è vero e continua a esserlo, allora le Costituzioni, nessuna esclusa, sono sacre solo in senso metaforico. Sì o no? La Costituzione non è Dio, anzi, non è nemmeno un prodotto della Legge Divina, come afferma tutto il diritto costituzionale dal 1789 in poi. Le domande e gli scandali di Fare Futuro & Company, devono quindi essere rovesciate. Tocca a loro l’onere di rispondere perché sacralizzino lo status quo rispetto alla richiesta di sovranità (federale) che viene dal basso. Tocca a loro dire se davvero considerano tutto relativo meno le feste (costose) della religione civile. La Costituzione che si celebra il 2 giugno garantisce libertà di culto, perché allora vorrebbero imporci il culto della loro religione civile? Tra l’altro, contro ogni buon senso, perché hanno ragione il ministro Maroni e il vertice della Lega a ricordare che, in ogni caso, il movimento a Roma era “istituzionalmente” rappresentato e che, alla lettera, di più non era richiesto. Gli altri erano “inviti”, non obblighi istituzionali. Capiamo, però, che per Fare Futuro un certo modo di festeggiare il 2 giugno vada oltre l’idea stessa di precetto festivo, fino a costituire quella cosa che gli storici delle religioni e gli esperti di psicoanalisi chiamano “tabù”: ciò di cui non è lecito discutere, ciò rispetto a cui si deve provare vergogna e timore perché le sue ragioni ci sfuggono. E in effetti le ragioni di tanto cancan ci sfuggono davvero, così come ci sfugge la necessità di spendere dieci milioni di euro in tempo di crisi – così pare sia costata la sfilata romana dell’altro ieri – che, davvero, si sarebbero potuti impiegare in modo diverso. A meno che qualcuno creda di essere il Messia. Nei Vangeli si dice, infatti, che di fronte allo spreco di costosissimi profumi, versati dalla Maddalena sui piedi di Cristo, Giuda Iscariota abbia obiettato che quei denari potevano essere spesi meglio, magari per i poveri, e che Cristo abbia risposto: «I poveri li avrete sempre con voi, non così il Figlio dell’Uomo», o giù di lì. Evidentemente c’è un po’ di gente che crede di essere il nuovo Cristo in terra e si atteggia a Sacra Inquisizione nella difesa dei dogmi irrazionali della propria religione civile. Invece le costituzioni le fanno i popoli e se le fanno, le disfano e rifanno, le migliorano o, magari, le peggiorano. Sì o no? La sovranità viene dal popolo, non viene dalle istituzioni né, men che meno, da fare futuro. Sì o no? C’è ancora poco da festeggiare se la stessa Costituzione del 1948 resta lettera morta in troppi punti. Le istituzioni esistono per il popolo non il popolo per le istituzioni e per la casta. Sì o no? È ridicola questa pretesa di mettere in discussione tutto per non mettere in discussione niente. Le menate zapateriane di cui si abbevera Fare Futuro e la nuova destra salottiera e romana servono solo a distogliere l’attenzione dal vero problema, che è quello della restituzione della sovranità al popolo, anzi, ai popoli. Parlare di indipendenza e di libertà non esime dalla responsabilità verso la barca su cui ci si trova e i ministri leghisti lo stanno dimostrando con i fatti. Oggi siamo sulla stessa barca che naviga in acque non proprio buone e, dunque, lavoriamo. Se possibile, però, si lavori tutti, e non solo di lappa. Rimboccarsi le maniche significa darsi davvero da fare e accettare di mettere le mani alla scure per tagliare tutto ciò che si può e si deve tagliare. C’è chi parla di senso dello stato e blatera sull’inno di Mameli, ma poi difende situazioni indifendibili, come i privilegi dei conduttori RAI o degli apparati di stato. E c’è chi il 2 giugno lo passa con la propria gente (anche per Fare Futuro l’Italia non finisce a Roma ... sì o no?) e lavora tutto l’anno, incluso il 2 giugno, per far stare a galla la barca che troppi altri hanno scambiato per una mangiatoia. Per questo, alla faccia di tanti perbenisti, diciamo grazie a Bossi, Calderoli e Maroni, ma anche ai nostri sottosegretari e ai nostri capogruppo: nessuno ha fatto tanto quanto hanno fatto loro, nel concreto e nell’interesse del bene comune. La statolatria di certa destra e di certa sinistra è semplicemente la nuova versione delle rispettive ideologie, morte e sepolte, ma ancora sin troppo vive in troppe teste e nel loro modo di pensare la vita pubblica. Fascisti neri e fascisti rossi, neocomunisti e statalisti romanofili, grembiulini con la squadra e il compasso al posto del crocifisso, tutti hanno in comune il culto dello stato e il disprezzo della sovranità. Per loro i popoli sono troppo ingenui e ignoranti perché davvero si debba dare loro l’ultima parola. E infatti, questi ipocriti cultori dello stato nazionale risorgimentale, hanno regalato ai loro amici grembiulini di Bruxelles l’’ultima traccia di autentica sovranità nazionale, appioppandoci, senza voto popolare, un trattato di Lisbona che, di fatto, affida ogni decisione ultima sul nostro futuro a un’èlite finanziaria e burocratica che nessuno ha eletto. Diciamocelo chiaramente: il problema di questa gente che grida allo scandalo per le presunte assenze del 2 giugno non sono lo stato nazionale e i suoi simboli, che essi fingono di difendere, ma solo il mantenimento dei loro privilegi, a qualunque costo e in qualunque modo, incluse la menzogna e la violenza. Sì o sì?

Giuseppe.reguzzoni@gmail.com