LUIGI FACCIA : Siamo nati per difendere la dignità del popolo veneto calpestata
da ilNuovo.it
Serenissimi, scarcerato Faccia
dal Gazzettino - edision nasionale
Venezia : L'incursione nel campanile ...
L'incursione nel campanile di San Marco e le corse in piazza con il mezzo
"blindato" sono ormai solo uno dei tanti ricordi di fine secolo. Lui, però, a
differenza degli altri compagni d'avventura, si trovava ancora in carcere. Ieri
anche per Luigi Faccia, considerato il presidente dei "Serenissimi" si sono
finalmente schiuse le porte della prigione. L'istanza di affidamento ai servizi
sociali presentata dal suo legale, l'avvocato Alessandro Zagonella, è stata
finalmente accolta.
Come si ricorderà la sua vicenda aveva provocato una vivace discussione anche
politica, per via delle richieste di grazia presentate al Capo dello Stato. Il
12 gennaio 1999 era stato condannato dalla corte d'assise e d'appello di Venezia
a quattro anni e sei mesi, nonostante il procuratore generale avesse chiesto che
non fosse riconosciuta la finalità eversiva dell'operazione.
«Non c'era consenso popolare - aveva detto - non c'era esercito, quelli erano
come Don Chisciotte».
Di quei Don Chisciotte, però, lui si sentiva il capo e aveva preteso di essere
processato senza scendere al compromesso del patteggiamento, come invece avevano
fatto Giuseppe Segato, Severino Contin e Domenico Brunato. Il 30 marzo 2000,
nuova condanna, questa volta a Verona: sei mesi per associazione sovversiva. Da
qualche tempo era stato ammesso al lavoro esterno e quotidianamente lasciava il
carcere di Lodi la mattina per recarsi in una sua fabbrica di attrezzature
agricole, per poi rientrare la sera. Una prima domanda di grazia era stata
presentata dalla moglie nel dicembre 1999, ma l'anno successivo l'allora
ministro della giustizia Piero Fassino, ne bloccò l'iter. Una volta cambiato
titolare del dicastero intervenne una nuova domanda di grazia. Il ministro
Roberto Castelli dichiarò che «Faccia non ha fatto male a nessuno», ponendo le
basi per una svolta decisiva, quella di ieri.
«Apprendiamo con viva soddisfazione la notizia della scarcerazione di Luigi
Faccia, ritenendo comunque doveroso proseguire l'opera di sensibilizzazione
dell'opinione pubblica, individuando nella concessione della grazia il vero
gesto di giustizia e rispetto della libertà di opinione». È stato il commento
del consigliere regionale della Lega Nord, Daniele Belotti, il quale era stato
personalmente a trovare Faccia in carcere durante la detenzione.
Anche Ettore Beggiato, presidente dei Veneti d'Europa, è raggiante: «Pensiamo -
ha detto, parlando di "mezza vittoria" - che ci sia un'inversione di tendenza
nei confronti di tutta una serie di reati d'opinione che vede, nel veneto,
ancora coinvolta una quarantina di persone con accuse pesantissime che vanno
dall'associazione sovversiva alla banda armata, reati prevedono pene fino a 15
anni, tuttora in attesa di giudizio a Verona. Quel gesto era un'azione
dimostrativa priva di connotati violenti e di tutti quei significati che la
magistratura e lo Stato hanno voluto assegnarle».
Uno dei "serenissimi" torna in libertà
Fausto faccia, che nel maggio '97 assaltò con alcuni complici il campanile di
San Marco inneggiando al "Veneto serenissimo Governo" ha scontato la propria
pena: "Finalmente ho finito di tribolare".
ROMA - "Basta, go' finio anche de triboar". Traduzione dal veneto: "Basta, ho
finito di tribolare". A parlare è Fausto Faccia, uno degli uomini passati alla
storia per aver assaltato con un blindato "fai da te" il campanile di San Marco,
nel maggio 1997. Si trattò dell'azione più eclatante promossa dai secessionisti
del veneziano. Da oggi "il serenissimo" è tornato in libertà, dopo un anno
trascorso in carcere e dopo aver concluso anche il periodo di affidamento ai
servizi sociali.
Da oggi, sembra voler dire il capo del commando che tenne per qualche ora in
scacco l'attenzione degli italiani, si volta pagina. "Proseguirò - dice - a
lavorare per la mia famiglia", nell'azienda specializzata nella produzione di
macchianri agricoli che i suoi parenti gestiscono a Bagnoli.
Del gruppo che tentò di "espugnare" simbolicamente il campanile più noto di
Venezia rimangono adesso in carcere il fratello di Fausto, Luigi Faccia, che era
stato nominato presidente del "Veneto serenissimo governo", e Giuseppe Segato,
che del gruppo era considerato l'ideologo. Entrambi stanno ancora scontando la
pena dell'affidamento ai servizi sociali.
Per Fausto Faccia i giudici avevano stabilito una pena di tre anni e mezzo di
reclusione per l'assalto al campanile più un anno e quattro mesi per le
interferenze al Tg1. Nel suo primo giorno di libertà, trascorso senza muoversi
da casa ("Ma adesso posso muovermi - dice Faccia - e non devo renderne conto a
nessuno") il "serenissimo" non dimentica di ringraziare tutte le persone che non
lo hanno abbandonato, con un pensiero speciale per la mamma.
Proprio la signora Vallì Berto si lascia andare a uno slancio polemico: "La
giustizia in Italia - dichiara - non è uguale per tutti. Parlo da mamma: se i
miei figli fossero delinquenti non direi queste cose. C'è gente con le mani
insanguinate e sono liberi...".
Corriere della Sera - 4 Novembre 2002:
«Io, capo dei Serenissimi, fiero di quell'assalto»
Fausto Faccia è libero, ha scontato la pena per l'occupazione di San Marco.
«Non sono pentito, ma non lo rifarei»
AGNA (Padova) - «Alla fine è andata bene...». E lo dice senza spavalderia.
«Perché quella notte tra l'8 e il 9 maggio '97, mentre assaltavamo il campanile
di San Marco a Venezia, sapevamo che la nostra missione avrebbe avuto due sole
possibilità di uscita: ricevere una pallottola in testa o farci qualche anno di
galera». Fausto Faccia ora di anni ne ha trentacinque e gli ultimi cinque li ha
trascorsi parte in carcere e parte in affidamento ai servizi sociali. Era lui il
capo del commando dei Serenissimi, l'uomo che imbracciava il fucile carico («E
ringrazio Dio di non aver sparato, anche se c'è stato un momento in cui lo stavo
per fare: in aria, solo in aria, ma chissà cosa sarebbe successo»).
Dalla mezzanotte di sabato è libero, il suo conto con la giustizia l'ha pagato.
Ora, dei dodici Serenissimi condannati per l'assalto al campanile, solo Giuseppe
Segato e il fratello di Faccia, Luigi, devono ancora scontare alcuni mesi,
sempre con i servizi sociali.
«Pentito? E come potrei?». C'è un lampo d'orgoglio nello sguardo di quest'uomo
dalla voce mite e l'aspetto giovanile, seduto in salotto, jeans e maglione,
mentre le prime nebbie della sera avvolgono la villetta di famiglia, ad Agna, 4
mila anime tra i campi del Basso Padovano. «Sono fiero all'idea che quella notte
siamo riusciti a sottrarre un pezzo di territorio alla sovranità dello Stato
italiano. E non un pezzo qualsiasi, ma il simbolo di Venezia: è come se grazie a
noi fosse risorta, anche se solo per otto ore, la Repubblica di San Marco, la
gloria dei Dogi».
E cosa è rimasto di quel gesto?
«Abbiamo dimostrato che esistono ancora dei veneti che non si rassegnano ad
essere svuotati di tutto: identità religiosa, storica, territoriale... Lo
spirito che ci ha portati sul campanile è lo stesso che animava gli indiani
d'America: attaccamento alla nostra terra e un senso di frustrazione per
l'omogeneizzazione che avanza».
Lo sa che molti vi considerano solo degli invasati?
«Certo, non potendo darci dei terroristi, ci hanno scaricato addosso l'arma del
ridicolo, cercando di farci passare per i soliti veneti ubriaconi e un po'
deficienti...».
Ripeterebbe l'assalto?
«Non sarei più in grado di affrontare dal punto di vista economico e psicologico
un'impresa del genere. E poi i tempi sono cambiati, ora è il momento delle
parole».
Ritiene ingiusta la condanna?
«No, sapevamo di andare in cerca di guai, lo Stato non poteva che difendersi».
Cosa non rifarebbe di quella notte?
«L'errore principale è stato quello di sequestrare il traghetto. Ma non avevamo
i soldi per costruire una barca, ci eravamo mangiati tutto. E poi, una volta
saliti sul campanile, speravamo di resistere di più...».
Ci sono stati momenti di paura?
«Ne ricordo due. Appena partiti dal Padovano, abbiamo rischiato di finire con il
camion, sul quale avevamo caricato il blindato da 150 quintali, in un canale.
Poi ricordo che mentre ci dirigevamo verso Venezia c'erano momenti in cui
speravo che il camion si rompesse: quasi cercassi un alibi per tornare a casa».
Il vostro obiettivo di allora era l'indipendenza del Veneto. E ora?
«Se indipendenza significa avere un parlamentino regionale e qualche brandello
di autonomia, non mi interessa. Quello che va recuperato è lo spirito e i valori
della Repubblica Veneta, naturalmente rivista con gli occhi di adesso».
La Lega in quegli anni era secessionista: quanto influì Bossi sulla vostra
azione?
«Nessuna influenza. I nostri contatti si interruppero al tempo della Liga Veneta
di Rocchetta. Noi e Bossi siamo lontani».
Come l'hanno accolta in carcere?
«A Modena dovevo girare con la scorta perché molti detenuti meridionali,
interpretando la nostra azione in chiave antisudista, avevano creato attorno a
me un clima pesante. Poi hanno capito...».